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Cooperare per costruire la scuola del futuro
Nell’attuale situazione di crisi dei sistemi educativi, la collaborazione tra privato e cooperazione può dare vita ad una innovazione in grado di restituire alla scuola la sua fondamentale funzione pubblica. Intervista a Paola De Cesari, in occasione della terza edizione di Educa.
La terza edizione di Educa è dedicata al tema “generazioni”. Si svolgerà a Rovereto dal 23 al 26 settembre, e farà incontrare docenti, enti gestori, amministratori pubblici, centri di ricerca e il mondo della cooperazione. Fra i protagonisti dell’evento c’è Paola De Cesari, membro del Comitato organizzatore della manifestazione e presidente della società Luoghi per Crescere del Gruppo Cooperativo CGM - Welfare Italia, che collabora con la Fondazione Talenti proprio nell’ambito dei “Progetti scuola”. I percorsi di valutazione, accompagnamento e formazione attraverso i quali la Fondazione Talenti sostiene quegli ordini religiosi che decidono di dare più forza al proprio impegno educativo affidando la gestione delle proprie scuole a cooperative composte sia da religiosi che da insegnanti e operatori. Percorsi complessi, delicati, nei quali, a volte, il tema della differenza generazionale, del conflitto generazionale, emerge inatteso. «Questo perché il conflitto generazionale – sottolinea Paola De Cesari – esiste ancora. È meno evidente, meno dichiarato, solo perché ha cambiato forma. La sensazione è che sia diminuita soprattutto la nostra capacità di ascoltare. Non ci sono strumenti e non c’è spazio per esercitare l’ascolto, e anzi i pregiudizi sono più forti che in passato».
Ma senza ascolto non è possibile affrontare il conflitto. «Infatti troppo spesso non lo si affronta, perché farlo sarebbe troppo esplosivo. Questo problema, comunque, non riguarda solo i giovani: esiste anche tra gli adulti. Il risultato è che c’è una grande tensione sotterranea, che ogni tanto esplode con conseguenze devastanti. Inoltre spesso la critica, la contestazione non si esprime perché l’autostima nei giovani è in genere molto bassa, di fronte a una società che chiede troppo. Ma la contestazione, ovviamente non intesa come la si intendeva negli anni settanta, avrebbe spazio di esistere. Dobbiamo imparare a riconoscerla in episodi di disagio o di apparente menefreghismo, che in realtà sono forme di protesta».
Può essere d’aiuto il recupero della memoria, di cui si parlerà a Rovereto? «È utile un recupero della memoria che non si risolva in un guardare al passato, ma che sia strumento propulsivo per il futuro. I giovani di oggi hanno bisogno di strumenti per scrivere il loro modo di affrontare una realtà oggettivamente molto più complessa di quella in cui sono cresciute le generazioni che li hanno preceduti».
La scuola, ma anche la famiglia sembrano oggi inadeguate ai nuovi bisogni educativi. «Gli adulti devono imparare ad ammettere le proprie fragilità, senza che questo li deresponsabilizzi: il limite è parte della realtà. La società ci dice che basta volere e si ottiene ciò che si vuole, ma non è sempre così. La libertà è responsabilità, possibilità di scegliere, non di fare tutto. Questa società ci ha portato a pensare in termini di edonismo e di “tutto subito”, ma il limite responsabilizza e permette di costruire il legame, è quindi indispensabile per affrontare la realtà e costruire relazioni significative. Oggi non sappiamo consegnare chiavi di lettura sulla fragilità, e con esse strumenti per sostenere relazioni che senza dubbio impegnano, ma che sono ancore di salvezza. Questo vale ovunque: in famiglia, a scuola, in condominio… Ovunque l’io predomina sul possibile noi, la rivendicazione del diritto è scollegato dalla capacità di assumersi responsabilità e doveri nelle relazioni».
A fronte di tutto questo, però, la scuola sembra reagire tornando ad un’impostazione selettiva e nozionistica, all’imposizione di regole senza educazione al pensiero critico. «È vero che la scuola è malata, ma stiamo parlando di un arcipelago, dove, in alcune isole, possiamo trovare grandi capacità. La scuola, e in essa molti insegnanti, stanno facendo una grande fatica e l’idea che memoria e conservazione siano la chiave del futuro mi sembra nasconda un rifugiarsi nel passato per cercare sicurezza. Gli elementi del passato vanno ricontestualizzati nell’oggi. Oggi si parla continuamente di “regole”, ma la regola non ha solo una chiave riduttiva e punitiva, tanto più che i giovani sono rigidi proprio perché giovani e noi dobbiamo invece educarli alla complessità. Sicuramente la scuola oggi è deputata a ristabilire l’ordine, ma l’ordine non si costruisce solo con le regole di comportamento: è vero che c’è bisogno di ordine nelle relazioni, ma si tratta di socializzare. Obiettivo della scuola dovrebbe essere quello di portare i ragazzi a conoscere se stessi dentro il mondo. La regola è parente del limite, bisogna farci i conti, ma va messa in relazione con il contesto».
Negli anni, sempre di più il terzo settore è entrato nella scuola con progetti di vario tipo, ma spesso l’impressione è che gli si chieda più di tappare qualche servizio che l’istituzione non può garantire (il sostegno ai disabili, per esempio) che di contribuire ad un progetto educativo. «È vero, spesso il terzo settore è utilizzato come tappabuchi, e si sta al gioco perché è utile. Ma il terzo settore deve avere una propria strategia. Ha una funzione pubblica (non a caso viene definito “privato sociale”) e se usato bene può costruire coesione e continuità tra le generazioni. Tra l’altro, il mondo della cooperazione ha ancora molta forza lavoro giovanile ed è uno spazio importante di sperimentazione e creatività. Entrando nella scuola (attraverso servizi come la mensa, l’assistenza ai disabili), contribuisce a portare in essa la società, e a creare nuove occasioni di relazione e conoscenza».
Però ha ormai fatto un salto di qualità, proponendosi come gestore di scuole, non solo di specifici servizi. A Rovereto se ne parlerà, tra l’altro, il 24 settembre, durante il seminario su “Cooperare per la scuola del futuro”. «Il mondo della cooperazione è perfettamente in grado di gestire le scuole in una logica diversa da quella privata: la funzione della scuola infatti è pubblica, nella misura in cui è luogo attento al contesto e teso alla costruzione di pensieri critici. Del resto da sempre il terzo settore prende in mano servizi prima gestiti dallo Stato e li innova e razionalizza (siamo impresa) creando nuovi patti con il territorio: basti pensare alla psichiatria o ai minori. Ora è il tempo della scuola, un bene pubblico (nel senso che deve essere disponibile per tutti e nell’interesse di tutti) da valorizzare. È una sfida, che ci porta a chiarire quali sono le funzioni pubbliche che deve avere la scuola, da chiunque sia gestita». Paola Springhetti In Rete Il programma di Educa 2010 - www.educaonline.it
Data: 16/09/2010
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