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chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.
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Povertā č usare i beni per fare comunione

Si svolgerà a Torino dal 3 al 7 novembre la 49ª Assemblea generale della Conferenza Italiana dei Superiori Maggiori. Si discuterà della scelta di povertà come risposta ai problemi sempre nuovi che una società globalizzata pone. Intervista a padre Alberto Lorenzelli.

La verità rende liberi, ma «la povertà rende credibili, di fronte ai poveri e di fronte alla gente, e non c’è dubbio che dei tre voti che caratterizzano la vita consacrata - castità, obbedienza, povertà - quest’ultimo sia il più tangibile, il più visibile».
Così Padre Alberto Lorenzelli, Presidente del Cism (Conferenza Italiana Superiori Maggiori) spiega il la scelta di dedicare la 49ª assemblea generale al tema “Povertà e Comunione dei beni in un mondo globalizzato” (a Torino dal 3 al 7 novembre). L’assemblea è un momento importante nella vita delle congregazioni: è infatti un’occasione per conoscersi e  stabilire relazioni, offrire sostegno ad alcuni istituti, costruire comunione. In più, quest’anno si svolge nel capoluogo piemontese, terra dei santi sociali: se ne approfitterà per confrontarsi anche con la loro testimonianza e il loro insegnamento.

Il voto di povertà, come spiega Padre Lorenzelli, «può essere declinato secondo tre dimensioni. Ha una dimensione personale, in quanto ogni religioso si impegna a vivere una vita distaccata dai beni materiali, nella sobrietà e accettando la dipendenza dai propri superiori: è un modo per condividere la vita dei poveri. La seconda dimensione è quella che spinge a individuare e leggere le situazioni di povertà, anche quelle nuove. La nostra missione, infatti, ci ha sempre portato a confrontarci con le varie forme di povertà materiale, ma oggi esistono anche quelle culturali, affettive, spirituali. La terza dimensione ci pone la domanda: come gestiamo i beni che abbiamo? Come possiamo metterli in comunione?. Ciò che possediamo non è nostra proprietà esclusiva, perché va finalizzato al bene da fare».

Si potrebbe a questo punto obiettare che però, per fare il bene, bisogna possedere strumenti e risorse, anche economiche. Padre Lorenzelli ne è consapevole: «infatti noi non diciamo che bisogna privarsi dei beni, piuttosto, che scegliere la povertà significa viverne distaccati e utilizzarli per gli altri. Noi ci fidiamo della Provvidenza, che ancora vediamo all’opera, ma la Provvidenza ci vuole, diciamo così, complici. È vero, per aiutare gli altri ci vuole anche denaro, ma sappiamo che la gente, vedendo il bene che si compie, si rende disponibile e dona. Anche per questo la testimonianza della povertà dà frutti».
Scegliere la povertà, inoltre, porta con sé la comunione: «proprio perché sono frutto della Provvidenza, i mezzi di cui disponiamo vanno condivisi. Tanto più quando non servono più, perché sono cambiate le esigenze, vanno messi in comunione con la chiesa locale, con altri istituti religiosi, con il volontariato, perché vengano riutilizzati a fin di bene».

Le esigenze infatti cambiano, si richiedono competenze nuove, il numero dei religiosi cala, la gestione dei beni rischia di diventare troppo onerosa. In questo contesto la collaborazione con i laici può sembrare un obbligo o un male minore. Invece, secondo Padre Lorenzelli, è un dono. «Negli ultimi anni la collaborazione e la corresponsabilità con i laici è cresciuta e grazie a loro molte opere continuano a vivere. Spesso i laici sanno interpretare il carisma dell’ordine, e lavorare con loro diventa un po’ come passare il testimone». La collaborazione è tanto più arricchente, quanto più si condivide una formazione e un processo di crescita e maturazione che faccia crescere sia gli uni che gli altri. «In fondo - aggiunge Padre Lorenzelli -, il carisma non appartiene solo a un istituto, ma alla comunità ecclesiale, quindi anche i laici».

In Rete
Conferenza Italiana dei Superiori Maggiori

Paola Springhetti


Data: 26/10/2009


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